21 luglio 06
Quando parlavo di balcanizzazione dell’accessibilità non stavo scherzando. Ma forse stavo minimizzando il problema. Infatti, le voci critiche alle posizioni del w3c stanno aumentando non soltanto riguardo l’accessibilità, ma anche in rapporto a molte altre raccomandazioni.
Voci critiche al w3c non sono mai mancate. La novità è che queste voci vengano proprio dalla comunità internazionale (l’Italia e gli italiani in questo non sono mai stati troppo considerati, forse perché continuiamo, scusate, a scrivere in italiano e per gli italiani…) che tradizionalmente supportava gli standard web!
Il solito Zeldman, infatti, dopo aver ospitato l’attacco di Joe Clark alle wcag 2.0 sulla sua Alistapart, ha riassunto le posizioni critiche in un post sul suo blog. E stanno nascendo molte iniziative indipendenti che tentano di proporre standard che tengano conto delle reali esigenze degli sviluppatori.
La critica che viene fatta al w3c è infatti sempre la stessa: le raccomandazioni sono distanti dalla realtà, e sebbene sia possibile partecipare alla produzione dei paper, la procedura degli RFC, le request for comment, che richiede alla comunità di commentare bozze di lavoro, sta diventando eccessivamente onerosa per chiunque faccia anche un proprio mestiere quotidiano. Zeldman ambirebbe ad essere consultato preventivamente, e non ne fa mistero.
Il problema rischia di essere serio e di catapultare il mondo del web in una nuova babele, come quella che vivevamo prima dell’avvento degli standard web. Il problema è che se uno standard è necessario, non è detto che lo stesso organismo sia in grado sempre e comunque di produrre sempre lo standard migliore.
In alcuni casi la ciambella esce con il buco, in altre meno. A monte vi è probabilmente un problema di procedura, che confina con un problema di gestione del potere.
Il w3c consente a chiunque di partecipare e ovviamente ci sono dei coordinatori per ogni progetto. La partecipazione è molto onerosa in termini di tempo, e questo comporta che spesso i più dotati talenti di un certo settore si sfianchino in un lavoro di revisione e di discussione democratica che all’infinito si intorta su questioni via via più irrilevanti. Fino a gettare la spugna, e a lasciare il campo libero a chi invece ha del tempo da impegnare ed è particolarmente tenace (il che non va di pari passo con la bontà delle argomentazioni) nelle discussioni.
Il difetto di fondo è credere che tutti siamo uguali. Non tutti abbiamo le competenze per stendere raccomandazioni tecniche. Inoltre non tutte le raccomandazioni tecniche si possono scrivere a tavolino: le wcag, per esempio, dovrebbero basarsi su lavori sperimentali con utenti disabili, prima di arrivare a normare il codice. Le specifiche di codice come quelle di xhtml probabilmente no, possono essere tranquillamente scritte a tavolino. E così via, fino alle specifiche che riguardano i produttori di browser o di user agent, che andranno consultati e coinvolti.
Più in generale, quando un gruppo diventa troppo numeroso, la quantità delle relazioni aumenta esponenzialmente e si formano delle sottoreti (come ci ricordano Metcalfe e Reed con le loro ben note leggi). Il meccanismo è interessante per la socializzazione, molto meno per giungere ad un buon risultato finale. E’ un po’ l’illusione democratica: credere che per prendere la decisione migliore sia sufficiente consultare più gente possibile e mediare fra le posizioni. Quella che ne risulta non è la soluzione migliore, è la media delle proposte! E spesso non accontenta nessuno.
I temi tecnici dovrebbero essere affrontati da esperti con un curriculum, un’esperienza e una formazione adeguata, non da chiunque abbia buona volontà. Nella ricerca di consenso ad ogni costo (e di finanziamenti…) il w3c ha intrapreso una strada che rischia di portarlo a diventare un elefante pesante e inutile.
Piccoli gruppi di autoproclamati esperti che si limitano a questioni marginali sono meglio di un organismo centrale lento e lontano dalla realtà? Forse la verità sta nel mezzo. L’enfasi sugli standard web ha infatti fatto dimenticare a qualcuno che in realtà il w3c non ha mai deciso molto. Lo stesso html che usiamo oggi, infatti, è il frutto di singoli inventori che hanno reso possibili tag e attributi che inizialmente non erano presenti nell’invenzione di Tim Berners-Lee, come table e img. Il ruolo del w3c negli anni 90 è stato quello di sintetizzare le proposte migliori e più ragionevoli giunte spontaneamente dalla comunità, non di proporre ex-novo delle specifiche. Salvo eccezioni, come le wcag, che però non nascevano dal nulla neppure loro, ma partivano dall’unione di esperienze di esperti e progetti preesistenti.
Il vero problema è che il w3c dovrebbe essere una specie di ratificatore, di semplificatore, dovrebbe prendere le cose che nascono spontaneamente e che si dimostrano utili e innovative, e ufficializzarle per evitare la babele delle varianti.
Un w3c più snello, che raccolga i contributi della comunità open source (come è sempre stato) e ne isoli le parti migliori, impedendo a ciascuno di fare di testa propria. Per far questo, però, bisogna riformare il modo di lavorare dell’ente. Non conosciamo dal di dentro i problemi (sicuramente anche economici) che il w3c ha. Nè le logiche di potere che gli appartengono. Vorremmo però evitare che risorse vengano bruciate in lavori estenuanti di 7 anni come le wcag 2 che producono documenti illeggibili o specifiche di linguaggi fondamentalmente inutili come xhtml 2.0 o di astrazioni volenterose e utopiche come quelle del web semantico, il nuovo mantra già superato forse nei fatti da spontanee invenzioni come le folksonomy e dai tag e dai limiti logici delle ontologie.
Il ruolo di un organismo coordinatore è inevitabile, altrimenti avremo cento, mille wcag samurai. E torneremmo ai bei tempi della guerra dei browser. Ma quale strada abbiamo per convincere il w3c a cambiare rotta, e incoraggiare la produzione di idee dal basso da verificare e poi sintetizzare, francamente, non lo sappiamo. Ma il problema, prima o poi, dovrà porsi.
Sezione: blog - Argomento: società |
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E’ un’idea che condivido solo in parte. Io credo che a livello di sviluppo, i meriti sul campo eguaglino i curricula raccolti nei corsi ufficiali. Se uno sviluppatore ha delle idee da proporre, non vedo perchè queste non debbano essere prese in considerazione solo perchè questa persona non ha seguito un percorso regolare. Quanto alle specifiche, penso proprio il contrario: sono alcuni browser ad essere fuori dalla realtà proposta dal W3C, che vorrebbe un Web più alla portata dell’uomo e meno delle macchine. I riferimenti ad un browser specifico sono volutamente casuali.
1. Non parlo di curricula derivanti da corsi. Parlo di esperienza, di capacità: se tutti ci mettiamo attorno a un tavolo a discutere di specifiche tecniche viene fuori un caos completo. Come dimostrano sia le wcag 2.0 che la legge Stanca. Così come per altri settori (le riforme costituzionali, per esempio), credo che bisogna selezionare esperti che siano veramente esperti. Il che non esclude di aprirsi al confronto, ma non si può partecipare tutti al tavolo. I risultati sono scadenti.
2. Di fatto se uno sviluppatore ha delle idee da proporre, può proporle. Faccio presente solo che si troverebbe a discutere per settimane con altri 50 sviluppatori in giro per il mondo, in una lingua che non conosce… credo ci debba essere un modo più praticabile di questo per decidere. Lo so che è impopolare dirlo, fa tanto elite, ma ci sono questioni sulle quali la partecipazione diffusa di chiunque non funziona. Ci sono momenti per la consultazione, e momenti in cui qualcuno (un gruppo ristretto) tira le fila.
3. Nel modello che immagino, infatti, il w3c raccoglie proprio le istanze dal mondo reale, cioè dagli sviluppatori. E le ordina. Come ha fatto con molte specifiche negli anni 90. Ma questo non significa che ci devono essere 200 persone allo stesso tavolo, o nella stessa mailing list. Bisogna valutare il lavoro sul campo, e per questo basta un gruppo ristretto, si litiga meno, si va al nocciolo.
3. La realtà proposta dal W3C non è mai esistita. E’ grazie all’azione di persone terze (come il webstandard project) che una parte di quella realtà si è trasferita nel mondo reale. Il W3C non ha alcuna capacità propria di creare la realtà. Per lui è molto più realistico essere un ordinatore della realtà. Si avrebbe così il beneficio di non perdere per strada le molte belle invenzioni che stanno nascendo, dai microformats in giù fino al tag img… se era per il W3C, ce lo scordavamo, non dimentichiamocelo.
4. Il problema come sempre è il risultato. Se il metodo attuale non funziona (e sono in molti e autorevoli in giro per il mondo a dire che non funziona, io sto solo riportando…), bisogna pur pensare al perché e a cosa si potrebbe fare…
Ma siamo sicuri che non funzioni?
Ripeto, sono in molti autorevoli in giro per il mondo a dirlo, come ho riportato. A me qualche dubbio viene. Altrimenti le sue specifiche sarebbero belle che rispettate da tutti, stile ISO/UNI. Invece nemmeno l’html è pienamente rispettato nei browser, ed è quella più rispettata… Inoltre ti sembra normale una gestazione di 7 anni delle wcag 2 senza nel frattempo alcuna attività di verifica con utenti delle wcag 1? Solo la morte è sicura, ma a me questi sembrano indizi di qualcosa che non va proprio a meraviglia. Ciao!
A pensar male si fa peccato, ma di solito non si sbaglia (come diceva Andreotti).
Il mio “cattivo pensiero” è che un certo numero di designer anglofoni di talento ha promosso lo standard project per motivi in minima parte “ideologici” e in massima parte di bottega. Si è spinta così l’applicazione prematura di standard non ben supportati neppure oggi, ma i designer di cui sopra sono diventati famosi, eclissando la vecchia guardia (chi si ricorda, per esempio, di David Siegel, che pure fu tra i padri dei CSS2?).
Ora che il loro obiettivo è stato raggiunto e osannare il rispetto degli standard e del W3c non è più necessario, si permettono di dire quello che probabilmente hanno sempre pensato (ma non conveniva dire).
Io non so cosa potrebbe fare il w3c per funzionare meglio… ma do ragione a Maurizio per un aspetto: 100 cavalli neri non fanno un cavallo bianco…