14 giugno 06
Che sta succedendo all’accessibilità? La legge 4/2004 è da tempo operativa e sono quasi in dirittura d’arrivo le attese wcag 2.0. Ci sarebbero tutte le ragioni per essere moderatamente soddisfatti. Invece in Italia e ora pure all’estero ciò che pare dominare gli addetti ai lavori è una fortissima e spesso incomprensibile litigiosità.
Gli operatori del settore italiani si sono sempre divisi in tecnoentusiasti disposti a difendere a spada tratta ogni virgola (anche quelle sgrammaticate) della legge Stanca e dei relativi documenti, e in realisti critici (fra i quali onestamente ci annoveriamo), che, pur accogliendo con soddisfazione la fine del lungo percorso normativo, non hanno mai mancato di far arrivare rilievi che potessero guidare la revisione di alcuni punti prima, e servire come base per futuri miglioramenti dopo.
Il wcag working group, all’interno del quale si stanno mettendo a punto le wcag 2.0, non è mai stato un modello di facilità di relazione. Per partecipare al working group bisogna come minimo essere appositamente stipendiati, avere forti interessi economici in gioco (nel caso di aziende o professionisti), oppure avere molto, molto tempo libero. Infatti è necessario partecipare a teleconferenze in inglese a cadenza settimanale, oltre a seguire interminabili discussioni quotidiane nella mailing list pubblica. Mailing list che però spessissimo si annoda in lunghe e capziose discussioni sempre attorno alle medesime 4-5 questioni, da cui escono compromessi che non soddisfano nessuno.
Di recente, il wcag-wg, in procinto di chiudere il procedimento di stesura delle attese wcag 2.0, è stato oggetto di un attacco pesantissimo (dal titolo eloquente di “Al diavolo le wcag 2.0”...) da parte del malmostoso esperto di accessibilità canadese Joe Clark, attore peraltro di un ottimo libro sull’argomento. Sull’autorevole sito Alistapart, Clark elenca una serie di criticità sia sul modo di operare del gruppo che sull’esito, cioè la bozza delle wcag 2.0. Alcune delle critiche sono obiettivamente condivisibili, altre sembrano gli efficaci stratagemmi retorici di un maestro dell’invettiva. Vi si fanno anche pesanti allusioni su un presunto “clima di paura” in cui molti all’interno del working group lavorerebbero. Sarà vero?
Non pago della durissima invettiva, Clark gioca al termine dell’articolo una mossa davvero a sorpresa: annuncia cioè la costituzione dei “Wcag Samurai”, un gruppo spontaneo autocostituito che, abbandonando del tutto ogni speranza di vedere risolti i problemi dell’accessibilità dalle wcag 2.0, si propone semplicemente di pubblicare un’errata corrige alle wcag 1.0, compito che il preposto working group non ha mai portato a termine. Sistemare quello porterebbe ad un risultato molto migliore, a detta di Clark, rispetto alle odiate wcag 2.0. Ovviamente, essendo Clark un fiero oppositore del metodo aperto (giudicato dispersivo e dispendioso) del wcag-wg, il gruppo di “samurai” è un gruppo chiuso: “se vi vogliamo, ci faremo vivi”, conclude Clark. Un atteggiamento dichiaratamente elitario, per tentare, dice lui, di portare a casa il risultato. Inutile dire che si tratterebbe di una divisione importante a livello internazionale, che mirerebbe soprattutto a screditare le wcag 2.0, con la motivazione che sarebbero totalmente inadeguate, e a opporvi una semplice revisione del lavoro svolto dal medesimo gruppo ben 7 anni fa.
Accanto a queste preoccupanti divisioni, si aggiungono le molte iniziative di altri organismi internazionali, che rischiano di disperdere l’attenzione e di marginalizzarsi a vicenda. La stessa ISO, l’organizzazione internazionale di standardizzazione, sta per emanare una norma su usabilità e accessibilità del web. Una nuova normativa su cui basare le legislazioni? Pare di sì. E, per quanto probabilmente integrata con le wcag 2.0, il rischio è quello di trovarci con un nuovo documento da interpretare, e a forte rischio di normatività di prodotto, anziché di processo.
Ma non basta: esiste una miriade di progetti piccoli e grandi, spesso di portata internazionale e finanziati dalla Comunità Europea, per il monitoraggio dell’accessibilità, il cui lavoro non sarà in alcun modo incorporato nelle wcag 2.0 o nelle ISO. Un primo assaggio di alcune di queste esperienze si può trovare sul sito wabcluster.org.
Non basta: nei convegni e negli incontri pubblici sul tema (anche da parte di organismi legati al mondo della PA, che pure dovrebbe essere soggetta ad una precisa normativa e metodologia) vengono proposte ricerche e metodi di valutazione dei siti distanti da quelli definiti negli allegati A e B del decreto ministeriale dell’8 luglio 2005 in attuazione della legge Stanca.
Il 9 giugno scorso, ad esempio, durante un convegno pubblico a Pordenone sul tema dell’accessibilità (Barriere Digitali – cittadinanza e diritto di accesso ai siti di pubblica utilità) organizzato dal CoreCom del Friuli Venezia Giulia, si è presentato fra gli altri uno studio sull’accessibilità dei siti con criteri di valutazione (sia tecnici sia soggettivi) sicuramente interessanti, ma che non corrispondono a quelli degli allegati di cui sopra, né alle wcag 1.0! La stessa metodologia non è quella indicata nella legge 4/2004, e con 3 soli utenti disabili impiegati e in assenza di ipotesi è difficile anche definire la ricerca come sperimentale.
Niente di male nel tentativo di fare comunque un’esperienza di valutazione: ma non sarebbe il caso di utilizzare finalmente una piattaforma di valutazione e un metodo condivisi, dato che una legge esiste, e di non dare dell’accessibilità ad ogni convegno un’accezione e un metodo di valutazione diversi? Non si rischia così facendo di creare confusione nel pubblico e anche in alcuni soggetti coinvolti (aziende, enti pubblici, disabili stessi), potenzialmente interessati, ma meno informati di noi addetti ai lavori?
Come se non bastasse, ora in Italia si annuncia una proposta di legge Campa-Palmieri 2 per emendare un paio di punti critici nella 4/2004, punti che i “realisti critici” di cui sopra avevano da tempo identificato. All’epoca (ma a giudicare da alcuni commenti questo avviene anche oggi) pareva che fosse colpa dei critici se la legge era uscita male, non di chi l’aveva scritta male. Un po’ come prendersela con un medico che identifica la malattia. Sintomo anche quello di una certa debolezza di fondo dei “tecnoentusiasti”, che per mantenere il proprio ruolo e il proprio entusiasmo devono ad ogni costo difendere qualunque norma o codicillo che gli enti “ufficiali” emanino, perdendo la capacità critica indispensabile per migliorare le norme e accettare una pacata discussione fra opinioni diverse.
A legge ormai operativa, anche costoro paiono essersi accorti che esistono dei difetti nella lettera, e ne propongono una nuova versione. Contemporaneamente, essendosi insediato un nuovo governo, partono nuove iniziative da parte di nuovi parlamentari, legate a ipotetici nuovi obiettivi e citanti sempre i diritti all’accesso delle informazione, spesso senza uscire da una certa genericità.
Ricomincia dunque una nuova epopea italiana. Stavolta accompagnata da polemiche e discussioni, come abbiamo visto, anche in sede internazionale.
Ma quali sono le ragioni per questo vero e proprio implodere dall’interno del mondo legato all’accessibilità? A mio parere, e lo dico da tempi non sospetti, la ragione è che si stanno usando i diritti dei disabili per scopi che vanno ben oltre la loro tutela, e che anzi a volte finiscono con il perdere proprio di vista quella tutela.
Pare impossibile, infatti, ma nessuno sembra preoccuparsi troppo di cosa vogliono veramente gli utenti disabili. Nè nelle wcag né nella legge Stanca, vengono citate ricerche empiriche documentate condotte con utenti disabili. Parliamo di ricerche che mirino ad un duplice scopo:
Ovviamente ricerche di questo tipo sono in qualche maniera onerose. Ma lo sono anche iniziative come quelle (tutte finanziate…) legate a wabcluster, e alle stesse wcag 2, che hanno impiegato ben 7 anni a vedere, forse, la luce. In 7 anni e con gli stessi fondi si sarebbero potute compiere moltissime ricerche empiriche, su una metodologia condivisa, contando anche sulla collaborazione interessata delle molte associazioni dei disabili.
Perché sostengo che sia questo un problema? Perché in assenza di indicazioni empiriche documentate e condivise, è inevitabile che l’attenzione si sposti sugli interessi che sono maggiormente – anche in buona fede, intendiamoci – rappresentati. Che sono, chiaramente, quelli dei grandi vendor e produttori informatici. Sia per quanto riguarda i prodotti di creazione dei siti, sia dei browser, sia degli ausili, sia dei CMS.
Ho visto personalmente vari utenti disabili usare il web. E ne ho sempre ricavato l’impressione che avessero bisogno di altro, non di quello che gli stavamo dando. Che non si stessero comportando come la teoria suppone, allo stesso modo in cui nei test di usabilità le persone non si comportano come il progettista suppone. Purtroppo nel mio caso si è sempre trattato di osservazioni legate a situazioni estemporanee, non sufficientemente e scientificamente controllate. Ma sufficienti almeno a sollevare il dubbio che qualche ricerca andasse fatta.
In assenza di una prova forte, evidente, di cosa serva davvero ai disabili, ci si sposta su teorizzazioni. Sensate, ma astratte, legate al codice, ai prodotti, e non all’esperienza reale dell’utenza. Su queste colonne Vincenzo Mania ha già ricordato una ricerca inglese su cosa vogliono davvero i disabili: tutt’altro, rispetto a quanto dicono wcag e legge Stanca. Sarà davvero così? Possibile? Forse no, ma dovremmo almeno premurarci di scoprirlo.
In assenza di questa prova, assisteremo in eterno a discussioni fra tecnici e tecnici, fra tecnici e giuristi, fra giuristi e comunicatori, fra comunicatori e incapaci di comunicare. Con tanti saluti ai problemi dei disabili.
Non credo alla mossa di Joe Clark. Non sento il bisogno di una correzione alle wcag 1.0. Tantomeno se messa a punto da un’elite altrettanto sbilanciata di quella che prepara le wcag 2.0. Non credo ad esperti più esperti di altri: o meglio, credo che esistano, ma che non abbiano tutte le soluzioni. Non credo all’azione taumaturgica di autoproclamatisi esperti di accessibilità, di garanti di se stessi.
Credo, ed è una mia distorsione culturale, ad un solo metodo: quello scientifico. Basato sulle evidenze, sulle prove empiriche, sulle osservazioni reali. E sulla messa a punto di casi da sottoporre a prova controllata per capire se abbiamo capito. E così via, fino ad ottenere non la verità, ma quantomeno la considerazione sufficientemente ragionata e fino a prova contraria, delle esigenze degli utenti. Non di quelle dei coders, dei vendors, dei guru.
E’ per questo che propongo a tutti i soggetti di stringersi attorno ad una proposta di sperimentazione reale, da condursi ad opera di soggetti terzi: nessuno di noi (anche se tutti chiamati a contribuire e a partecipare), ma sperimentatori di professione. E rivedere le future proposte alla luce dei risultati. Se è difficile da fare a livello internazionale, facciamolo almeno per la legge nazionale. Non servono a molto le sperimentazioni sulle verifiche tecniche, se non sappiamo cosa vogliono gli utenti.
Perché non credo che questa modesta proposta verrà mai accolta? Perché è contraria alla cultura dominante, e non solo in Italia, come vediamo. Perché propone di verificare prima di normare. Perché toglie potere agli esperti, per ridarlo agli utenti. Perché significherebbe, sostanzialmente, consegnare l’accessibilità ai metodi dell’usabilità, che non godono di stampa abbastanza buona, in Italia, ma che sono gli unici che si propongono di non vendere verità assolute, ma di osservare la realtà in maniera non casuale, ma strutturata.
Perché continuando così ognuno può ritagliarsi la sua piccola posizione di rendita. Farsi il proprio gruppo di lavoro, il proprio clan: seppure in opposizione agli altri, c’è speranza di riuscire a farsi ascoltare da qualche istituzione, di avere un ruolo, un finanziamento, un incarico. Se si fa un passo indietro, e si consegnano alla sperimentazione le decisioni, queste posizioni di rendita verrebbero meno. In Italia come all’estero.
E’ per questo che, come l’ex-jugoslavia si sta progressivamente smembrando in una miriade di stati e staterelli dopo anni di conflitti interni devastanti, così anche il mondo dell’accessibilità sembra avviarsi allegramente verso una frammentazione progressiva, in un clima di diffidenza e tensione reciproca fra gruppi di lavoro, consulenti, organizzazioni più o meno finanziate. L’importante è presidiare (o presiedere) un qualche territorio. Sia il Montenegro, siano un’organismo, un gruppo di lavoro o un ente. E i disabili, persino quelli ciechi (che sia questo il miracolo?), restano come sempre a guardare.
Sezione: blog - Argomento: accessibilità |
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Trust me, there’s a climate of fear all right.
Maurizio, come sai condivido da tempo il tuo scetticismo “scientifico”, nel senso di ancorato ad un’idea di metodo scientifico del quale, obiettivamente, si sente la mancanza.
Sono anche io convinto che occorra sperimentare sul campo, al di là di quanto si possa effettivamente teorizzare in gruppi aperti (wacg-wg) e ampi o ristretti (samurai) ed esclusivi di esperti. Mi spiego: non dico che uno dei due aspetti dell’affrontare l’accessibilità – teoria e pratica sperimentale – debba per forza essere in vantaggio rispetto all’altro. Dico semplicemente che devono, questo sì, coesistere. E’ stato così e continua ad esserlo per tutta la scienza moderna, e ha funzionato. Perché non dovrebbe funzionare oggi?
L’importante è presidiare, dici tu, ironicamente. Purtroppo è vero. L’esperienza però, maturata con il tempo dentro una PA, è che ogni forma di presidio “esterna” ad essa viene percepita con diffidenza prima e fastidio poi (specialmente se c’è una malafede di fondo nel dichiarare e promettere ciò che poi non si riesce ad ottenere nella pratica quotidiana). Insomma, in ultima istanza la teoria si deve tradurre in pratica e in una pratica applicabile da chiunque (con la dovuta formazione, per carità) e in modo “quasi” indolore. Se questo passaggio decisivo non avviene, se dalla sperimentazione e dalla teoria non si passa definitivamente al “brevetto”, nel senso di applicazione quotidiana, non si va avanti. Nel mercato, per chi si propone in un’ottica commerciale, e nella diffusione della cultura dell’inclusione in senso lato.
Joe Clark: I trust you. :) It would be nice to know why that climate (of fear) came up.
Mirko: è proprio per ridurre la distanza fra teoria e realtà che penso da sempre che l’unico modo sia ancorare le norme alle osservazioni, non alle astrazioni.
Se le wcag fossero centrate sulle osservazioni di ciò che ai disabili serve in rapporto a ciò che è possibile fare, le soluzioni sarebbero pratiche e praticabili. Se non sempre lo sono è anche perché si parte da come il codice in teoria dovrebbe e potrebbe essere implementato, più che dalla realtà esperita dai disabili.
Maurizio però devi anche pensare che la strada scelta dai gruppi di lavoro internazionali è quella di creare specifiche che si colleghino bene alle tecnologie assistive e non direttamente agli utenti finali (anche molti di quegli accorgimenti su come fare la pagina sono saltati nelle WCAG 2.0).
Detto questo non pensi che la tua proposta possa essere molto più sensata se applicata ad una specifica per chi sviluppa tecnologie assistive che spesso, aimhè, va avanti senza effettuare alcun test?
Se i produttori di tecnologie assistive non effettuano test dovrebbero venir puniti dal mercato. Se così non è, c’è qualche altro motivo…
No, credo che chi fa le linee guida debba farle a ragion veduta. Ci sono stati sette anni, non ci posso credere che nessuno abbia condotto dei test di valutazione delle wcag 1, per capire l’impatto delle varie linee guida, e che si continui a decidere a tavolino, discutendo in mailing list su questioni infinite senza mai portare uno straccio di dato empirico su cosa serve o non serve ai disabili. Poi escono ricerche secondo cui ai disabili importano tutt’altre cose, e noi tutti lì a minimizzarne la portata (sì, ma non avevano capito bene… sì, ma non era condotta bene… sì, ma ovviamente non sono tecnici, e perciò...). Ma se qualche volta un qualche guru dell’accessibilità decidesse di commissionare qualche ricerca o qualche test con utenti disabili sarebbe così grave? Minerebbe così tanto il suo status? O non ne ricaverebbe, alla lunga, anche dei benefici?
Uffa voglio anche io questi test!
Ti appoggio al 1000% Maurizio.