13 maggio 04
Ha suscitato molti commenti il paragrafo 1.4 dello studio sulle linee guida per la verifica dell'accessibilità prodotto dal Cnipa e pubblicato ieri da Pubbliaccesso. Lo studio dovrebbe costituire la base per i regolamenti della legge Stanca.
Il paragrafo in esame si occupa di definire le metodologie per la valutazione soggettiva articolata su più livelli di qualità. Le articola in tre livelli:
La cosa che suscita maggior perplessità è che "l'esperto di fattori umani deve avere un livello di esperienza ed un percorso formativo equivalente a quello previsto dal Comitato di Registrazione dell'Ergonomo Europeo (CREE)".
Quella di ergonomo europeo è una certificazione che viene assegnata dalla Società Italiana di Ergonomia (SIE) ad ergonomi (dunque già soci della medesima Società) che abbiano determinati requisiti, piuttosto selettivi, per la verità. Serve un percorso di studi universitario, seguito da tirocinio ed esperienza triennale certificata, sostituibile da un corso di 320 ore organizzato dalla stessa SIE, che diventa in pratica l'organo garante (anche se non viene mai nominata nello studio...) di queste future professionalità.
La formulazione è anzitutto ambigua, perché parla di livello e percorso "equivalente". Non si capisce pertanto se la certificazione sia richiesta, o se ci sia spazio per figure che abbiano, per altri versi, competenze equivalenti, e non si capisce come viene giudicata e da chi l'equivalenza.
Ma è proprio il criterio di certificazione di ergonomo europeo che ha lasciato perplessi molti operatori del settore. Da una parte e sulla carta, l'ergonomia è la disciplina deputata a studiare i problemi di relazione fra uomo e ambiente. Secondo alcune classificazioni si compone di 4 filoni:
- "L'ergonomia dell'hardware (hardware ergonomics): è il ramo che si occupa della tecnologia dell'interfaccia uomo-macchina;
- L'ergonomia dell'ambiente (environmental ergonomics): il suo ambito di studio è la tecnologia dell’interfaccia uomo-ambiente;
- L’ergonomia cognitiva (cognitive ergonomics): si occupa di studiare la tecnologia dell’interfaccia uomo-software;
- La macroergonomia: è il settore che prende in esame la tecnologia dell’interfaccia uomo-organizzazione."
(Alessandra Sabbatini - Piero Cutilli, www.resmedia-magazine.net/storia.doc)
In essa rientra a pieno titolo lo studio dei problemi di interazione dei disabili.
Non si può però dimenticare che l'accessibilità dei siti web si è sviluppata all'esterno del percorso formativo e della ricerca in ergonomia. Riferimento sono linee guida prodotte da gruppi di lavoro indipendenti, come il WAI, ampiamente multidisciplinari. Si tratta di un settore di competenza che richiede conoscenze molto specialistiche di html, di CSS, di progettazione visiva, di scrittura e di struttura dei documenti.
In Italia fra i professionisti certamente più competenti del settore si registrano filosofi (con specifiche competenze sul
linguaggio) come Michele Diodati, e tecnici come Roberto Scano. Chi scrive è uno psicologo. Il web stesso è caratterizzato da regole e problemi in parte diversi da quelli del software, uno dei settori di cui tradizionalmente gli ergonomi si occupano.
Il rischio è quello di un gap di competenze:chi garantisce che l'ergonomo, che magari si è formato in settori ben diversi (e sa progettare un software per la sicurezza o il pannello di controllo di un aereo), a dispetto dei suoi tre anni di esperienza lavorativa, abbia di per sé la formazione e le competenze necessarie a occuparsi di accessibilità web, senza prima aver completato una formazione specifica?
Contemporaneamente professionisti con competenze assolutamente acclarate (da lavori fatti e da testi scritti), vengono obbligati ad un percorso formativo lungo, costoso e completamente estraneo al web, solo per poter poi... tornare ad occuparsi di web, legittimati da quel percorso! Un vero paradosso.
Le normativa, va detto, deve anche garantire professionisti formati e competenti in attività di testing con gli utenti. Il test con utenti, nella sua forma in uso nell'usabilità del web, è una forma semplificata di un set sperimentale, che richiede una certa preparazione, un certo rigore nella conduzione e nella registrazione dei dati, e della loro interpretazione. Questo richiede effettivamente un percorso formativo peculiare, che tecnici e filosofi non hanno, così come non mi risulta l'abbiano ingegneri e architetti (che possono ambire alla qualifica di ergonomo). E' un tipo di competenza tecnica che si acquisisce con studi di psicologia sperimentale. In qualche maniera è bene che queste competenze siano in qualche modo attestate, per una questione di garanzia verso il cliente e anche verso l'utente che viene testato, e che deve essere trattato in maniera appropriata, che minimizzi il suo disagio.
Tuttavia, la formulazione del paragrafo 1.4 è sorprendente. Si capisce infatti chiaramente che l'esperto di fattori umani svolgerà le analisi (simulazione cognitiva) e il riepilogo dei dati con valutazione finale. Ma non si specifica che sarà solo lui a poter svolgere i test con utenti! Dunque, per paradosso, si pone questo vincolo di certificazione solo per attività che potrebbero essere benissimo svolte da persone che non hanno formazione ergonomica o psicologica, ma che conoscono benissimo l'accessibilità.
E contemporaneamente non si chiarisce che il compito principale di quel professionista dovrebbe essere quello di svolgere test con utenti. In questo modo, non ergonomi potrebbero anche svolgere i test con gli utenti, a patto che la simulazione cognitiva e le conclusioni le tragga l'ergonomo! Insomma, quanto di più confuso si possa immaginare.
E' indubbio che obiettivo dello studio e dei regolamenti di legge dovrebbe essere quello di assicurare che a svolgere le tre tipologie di attività siano persone con le dovute competenze. Ma quel che appare evidente è che le adeguate competenze non sono oggi, in Italia, garantite dalla certificazione di ergonomo. Né tale certificazione è conditio sine qua non per tali competenze: competenze di testing sono patrimonio comune di psicologi cognitivi sperimentali, per esempio. E competenze di analisi sono evidentemente patrimonio di coloro che, indipendentemente dalle qualifiche, hanno in questi ultimi anni dimostrato sul campo di capire e conoscere la materia.
Per di più, sul Sole 24 ore di oggi, esce un'intervista al commissario europeo Mario Monti dal titolo "Professioni, in Italia ancora troppe regole". Il contenuto del servizio è chiaro: "bisogna conciliare l'esigenza di assicurare la qualità dei servizi offerti con quella di evitare che così facendo si costruiscano delle barriere all'entrata di potenziali concorrenti e quindi delle inaccettabili posizioni di rendita", scrive nel suo commento Carlo Guarnieri.
Ecco, la legge si trova proprio in mezzo a questo guado.
La certificazione di ergonomo europeo per un'attività di analisi così specifica e peculiare come l'accessibilità del web rischia di apparire proprio come una barriera d'ingresso che tuteli posizioni di rendita. Tanto più se, appunto, parliamo di una materia giovane come Internet, che richiede competenze multiple che alcuni si sono formati da sé negli anni, pur con inevitabili (ma colmabili) lacune che l'autoformazione porta spesso con sé.
Sarebbe molto più sensato, forse, abbandonare posizioni che rischiano di sembrare corporative per concentrarsi, piuttosto, sull'offerta di percorsi formativi specifici cui diverse figure possano accedere, da una parte, e contemporaneamente sul riconoscimento di competenze di fatto acclarate, dimostrate cioè dal lavoro svolto e da pubblicazioni eventualmente effettuate.
In questo modo si riuscirebbe a non disperdere il patrimonio di professionalità che alcuni (pochi) hanno accumulato lavorando autonomamente in questi anni, riconoscendolo e tutelandolo. Ed eventualmente, perché no, integrandolo (ad esempio con una formazione specifica sulle attività di testing o sui metodi formalizzati di analisi, come la task analysis - più per conoscenza storica che per effettiva utilità sul web, pare di poter dire - o il cognitive walkthrough, appunto). E garantire a tutti gli altri, ergonomi, psicologi, architetti, ingegneri, tecnici e quant'altro, un percorso formativo specifico che possa portarli non nell'alveo della professione di ergonomo europeo, che ben più ampi obiettivi ha, ma semplicemente a garantire sempre meglio proprio ciò che bisogna garantire: che il sito sia accessibile.
Uno dei limiti della proposta, infatti, è proprio che non considera che è necessario, comunque si voglia procedere, una formazione specifica sull'accessibilità del web, che necessita anche di competenze tecniche (html, css, formati grafici, per citarne alcuni) che un ergonomo non garantisce di avere. Il suo percorso è di altro tipo, si allena a procedure generali di valutazione/progettazione e di osservazione dell'interazione, di misura e di trattamento dei dati. Procedure che sono a volte troppo formalizzate per quelle che sono le possibilità del web. Non considerare le particolarità del dominio di cui si parla, e assimilarlo ad un settore di studi ampio come quello dell'ergonomia sembra insomma inappropriato.
Riassumendo, la legge dovrebbe consentire di:
Non è un compito facile, ma credo sia indispensabile giungere a soddisfare contemporaneamente questi tre criteri.
Sezione: blog - Argomento: accessibilità |
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