Ecologia dei siti web.net

11 maggio 07

Problemi aperti: accessibilità e ricerca

di Maurizio Boscarol

Qualche tempo fa scrissi su Alistapart che era necessario studiare empiricamente i problemi degli utenti disabili alle prese con i siti web, e basarsi su quegli studi per stilare le linee guida internazionali, le WCAG. Una traduzione dell’articolo è presente su Usabile.it.

Dissi anche che era necessario citare esplicitamente quegli studi quando si scrivono documenti di carattere prescrittivo come le linee guida. La trasparenza, la documentabilità di ciò che dà vita alle prescrizioni è fondamentale, e ovviamente è a carico di chi prescrive, se vuole essere preso sul serio. Non basta che le ricerche giacciano in qualche polveroso archivio o siano patrimonio riservato di una qualche azienda: ovviamente, in ambito scientifico (e l’interazione uomo-macchina rientra all’interno di questo ambito) è necessario esibire, pubblicare e citare le ricerche.

In generale, è chiaro infatti che molti studi che riguardano l’accessibilità e i disabili sono stati pubblicati nel mondo negli ultimi anni. Sfortunatamente, ben pochi di questi sono studi sperimentali dove tipologie ben identificate di disabili sono alle prese con diverse condizioni sperimentali. La maggioranza dei paper sono elenchi di consigli, speculazioni – pur utilissime – sulla natura delle disabilità, deduzioni che incrociano lavori diversi. Agende, cose da fare, proposte di modi di impostare il problema. Ma davvero poco di sperimentale è disponibile, e quando lo è, risulta ovviamente ancora materia controversa e priva delle verifiche date da una comunità che replica e contribuisce alla crescita delle conoscenze.

Purtroppo, la recente intervista a Judy Brewer sulle Wcag 2.0 da parte del Web Standard Project, non affronta nemmeno di striscio l’argomento.

A confortare la nostra idea sul fatto che sia davvero necessario aumentare gli studi empirici a carattere sperimentale, coinvolgendo università ed enti di ricerca, vi sono diverse evidenze. Possiamo ad esempio citare la newsletter di un gruppo dell’ACM.

Il gruppo è il SIGACCESS, e si occupa dei problemi dell’accessibilità. In un passo di uno dei paper contenuti nella loro newsletter, si legge:

The relationship between the severity of cognitive impairment and use of technology has never been empirically studied.

Ovvero: “la relazione tra la gravità dei disturbi cognitivi e l’uso della tecnologia non è mai stato studiato empiricamente”.

Capito? Questo non un secolo fa, ma nel 2005, cioè, scientificamente parlando, stamattina. A Wcag 2 già ben avviate. Per chi avesse ancora dubbi. Negli altri paper, anche nelle newsletter successive, si citano framework, esperienze di creazione di prodotti, ma non esperimenti. Rivelando così il vuoto assordante di ricerca vera nel settore.

E’ vero che la ricerca costa. Non necessariamente più di quanto vengono pagati i consulenti, ma un po’, certo, costa. Ma se si vogliono fare leggi che non siano solo ideologiche, quando non addirittura solo demagogiche, è necessario prendere sul serio il problema, e studiarlo prima di legiferare o di normare, anziché far finta di essere tutti esperti su cose che conosciamo solo per sentito dire. E non possiamo nasconderci dicendo, come al solito, che è un problema solo italiano. Purtroppo, come dimostra l’intervista a Judy Brewer (che sembra fatta apposta per rispondere alle obiezioni di Joe Clark, per essere del tutto onesti…), è un problema di metodo generale.

Va di moda dire che si è attenti ai problemi dei più deboli, dei disabili, della democrazia digitale. Ma sta emergendo con sempre maggior chiarezza che, purtroppo, si tratta per lo più di belle parole, che costano poco (anzi, talvolta sono anche ben remunerate…) e incidono (sui siti) ancora meno, come del resto dimostra lo scarsissimo effetto che sembra avere la legge 4/2004 sui siti pubblici italiani. Argomento su cui, tempo permettendo, ritorneremo prossimamente.

Sezione: blog - Argomento: accessibilità |

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