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10 settembre 06

Proposte di modifica alla legge Stanca

di Maurizio Boscarol

A due anni e mezzo dall’uscita e a un anno dalla piena operatività la legge 4/2004 sull’accessibilità dei siti della pubblica amministrazione sta dimostrando precisi e non inattesi limiti:

  1. La legge e i decreti collegati sono di ambigua interpretazione in troppi punti. Alcuni esempi:
    • Non è chiaro cosa significhi l’anno di tempo per l’adeguamento (e il chiarimento del cnipa non pare chiarirlo);
    • non è chiaro se i CMS web-based devono essi stessi rispondere ai 22 requisiti (alcuni uffici legali optano per il no, alcuni “esperti” per il sì);
    • sono particolarmente mal formulati diversi dei 22 requisiti, tanto che a tutt’oggi nessuno è in grado di dire con certezza, ad esempio, se i layout fissati in pixel siano compatibili con il requisito 12, tanto per dirne una.
  2. Mancanza di controlli: non si sa chi dovrebbe vigilare sull’applicazione della legge. Tanto che è già stata depositata una proposta di emendamento (su cui eventualmente torneremo).
  3. Non è previsto alcun percorso formativo ufficiale per le figure degli esperti in accessibilità, pur menzionati dalla legge, a differenza di quanto avviene per esempio in Spagna dove contestualmente alla legge si sono creati percorsi formativi specifici. Se si vuole fare dell’accessibilità qualcosa di serio, non ci si può certo affidare all’autoformazione (e nemmeno all’autovalutazione, per la verità...).
  4. Ma soprattutto, gli utenti, disabili e non, sono inspiegabilmente estromessi sia dal processo di progettazione che di valutazione del sito. Questa è la carenza più grave della legge. Come si fa a fare un sito accessibile esclusivamente seguendo linee guida mai realmente testate, con formulazioni ambigue e senza incoraggiare i progettisti a seguire le necessarie procedure di User Centred Design?

Nel libro Ecologia dei siti web proponevo nel 2003 un’approccio integrato alla progettazione: UCD, accessibilità e un miglior uso di xhtm e css devono essere componenti di un’unico processo. Se da questo processo omettiamo la parte più importante, cioè la progettazione attorno all’utente, rendiamo poco probabile la creazione di un sito adeguato all’utenza finale. Le linee guida (tali sono di fatto i 22 requisiti) sono utili in alcuni passaggi del progetto, ma non dovrebbero (tranne che per progetti molto semplici) essere l’unico strumento di UCD usato, perché fotografano situazioni ideali e limitate, sono rivolte al passato e impediscono la scoperta di soluzioni nuove.

Una proposta di emendamento seria della legge dovrebbe incoraggiare i responsabili dei siti a fare User Centred Design, inserendolo come obbligo di processo. L’Europa ci sta precedendo. Alcuni bandi per siti europei già prevedono attività di UCD come vincolanti. Basterebbe dunque ispirarsi a quelle proposte, per creare anche in Italia una cultura dell’accessibilità finalmente moderna, che prenda l’utente finale (anche disabile) come punto di riferimento e non sia appiattita solo sulle questioni di codice.

Non servono nemmeno nuove consulenze: basta recuperare l’ottimo studio svolto dal gruppo di lavoro diretto da Bagnara, rimasto pressoché inutilizzato nella legge attuale. Per tener conto della differente dimensione e complessità dei progetti sarebbe sufficiente vincolare all’UCD tutti i siti pubblici con budget complessivi superiori ai 10.000 euro.

Avremmo così un’accessibilità modulata su due livelli di budget: quelli bassi, relativi a progetti più semplici, si avvarrebbero principalmente delle linee guida, purché disambiguate. I progetti a budget più alti, che dovrebbero corrispondere a progetti più complessi, dovrebbero avvalersi di procedure di UCD per trovare soluzioni progettuali realmente adeguate agli specifici problemi, non possibili con sole linee guida generiche. Questo è tutto ciò che serve per migliorare drasticamente la cultura progettuale “accessibile ed usabile” (vorremmo dire “ecologica”...) in Italia, ma è necessaria la volontà (e la lungimiranza…) politica di farlo.

Speriamo di non arrivare a capirlo fuori tempo massimo.

Sezione: blog - Argomento: accessibilità |

Commenti:

  1. — Sofia    13 09 2006 - 10:06    #

    Mi sembra sensato obbligare ai test con utenti disabili i siti al di sopra di un certo budget. Penso però diverse cose.

    La prima è che 10.000 euro sia una soglia un po’ bassa. Per inziare credo che sarebbe più “politico” avere una soglia attorno ai 25.000 euro, di modo che il costo di questi test sia percentualmente più basso.

    La seconda cosa è che questo budget dovrebbe considerare sia i costi interni che i costi esterni. Dovrebbero cioè essere quantificati anche i costi degli sviluppatori interni. Questo per identificare i siti di una certa complessità (almeno approssimativamente) e non penalizzare gli utenti di siti sviluppati con risorse interne. Anche se un gruppo viene pagato a stipendio da un ministero o da un comune non per questo non costa…

    La terza cosa è che sarebbe necessario garantirsi che coloro che conducono i test sappiano farlo. Non basta essere cieco o ipovedente per saperlo fare.
    Così come non basta essere un utente internet per sapere fare dei test.
    Attualmente in Italia non ci sono sufficienti professionisti per rispondere a una domanda di test così elevata. Sarebbe necessario istituire dei protocolli di test, dei percorsi di formazione o altro ancora.

    Credo che l’idea sia ottima, ma che richieda del lavoro progettuale per tradurla in pratica.
    Forse (sottolineo forse) sarebbe opportuno inziare con scaglioni di budget elevati e in diminuzione anno dopo anno.
    Faccio per dire: nel 2007 sono obbligati solo i budget al di sopra dei 100.000 euro, l’anno successivo, al di sopra dei 75.000 euro… e così via.
    In questo modo si potrebbe far crescere la cultura dell’UCD e i professionisti che le servono.

  2. Maurizio    13 09 2006 - 13:18    #

    Sofia, sono lieto che condivida l’impostazione della proposta. I dettagli andrebbero ovviamente definiti meglio, questo è solo un articolo generale, per cui mi aspetto senz’altro che occorra un lavoro progettuale per metterlo in pratica, ci mancherebbe. L’importante è capire che non si possono progettare siti accessibili più che banali senza UCD.

    Per rispondere alle tue proposte:

    1. Io non credo che 10.000 euro siano una soglia tanto bassa per fare ad esempio una simulazione cognitiva. L’UCD non si fa solo con test, ma ci sono vari strumenti, come sappiamo, da iterare. Dunque si possono pensare diversi livelli di UCD per diversi budget. In fondo credo che anche tu, se ben capisco, intendi questo.

    2. Sono d’accordissimo sul considerare sia i costi interni che quelli esterni, altrimenti si creano disparità fra i progetti e non si ha un metro univoco di valutazione della complessità.

    3. Anche sulle competenze mi trovi d’accordo. Non per niente una delle proposte che faccio è quella di un percorso di formazione degli esperti. Però la formazione dovrebbe essere garantita anche per gli eventuali esperti tecnici, che ad oggi non vengono formati… E’ da pensare seriamente a costruire le competenze dei professionisti, altrimenti continueremo ad avere improvvisatori e autoproclamati esperti.

    4. Circa la gradualità del budget, non ho un’opinione precisa, potrebbe essere utile, ma trovo di gran lunga troppo elevato partire con 100.000 euro. Di questo passo ci vorranno 10 anni per fare UCD sui siti dei comuni, invece bisogna aggredire il problema con decisione, altrimenti, se consideri anche i tempi di adeguamento della legge, altro che 2008 (previsto dalla carta di Riga).

    Comunque, a parte i dettagli tecnici da discutere, credo che sia importante concordare sul piano: le linee guida non bastano, bisogna vincolare ad un processo basato su UCD, pur modulato su diversi livelli di complessità, come già i bandi europei stanno iniziando a capire.

  3. — Sofia    13 09 2006 - 17:59    #

    Il fatto è che, io credo, le analisi a priori richiedono ancora più competenze dei test… mica le possiamo fare tutte io, te e forse altri 33 :-)

    I test, è vero, sono ancor meno le persone che li sanno fare (io per esempio non li so fare). Pero’ mi pare, come dire, una strada più percorribile in pratica. E anche una strada che porta lavoro a ciechi e ipovedenti (che non è da buttar via, come ipotesi).

    Sono d’accordo che ci vorranno 10 anni per fare UDC sui siti comuni… ma non penso che comunque ci si impieghera’ meno tempo.

    Ora sono in uno dei soliti guai che capitano ai web designer e non ho molto tempo… ma vorrei raccontare alcuni aneddoti che ci indicano che dobbiamo aver pazienza… che non vuol dire rinunciare, ovviamente.

    A presto (spero)

  4. Maurizio    13 09 2006 - 18:10    #

    Non è il luogo adatto per discutere i dettagli. Quello su cui insisto è che l’UCD deve diventare una pratica obbligata se si vogliono fare siti accessibili. Non possono essere delegati al solo webdesigner. Tu dici che non ci sono abbastanza professionisti per fare analisi e test? Neanche webdesigner in grado di fare un sito accessibile. La proposta che faccio mira a formare le figure.

    I dettagli si possono discutere, purché si condivida l’impianto, e lo si sostenga nelle sedi istituzionali con tutte le parti in causa, perché è una proposta che va a vantaggio di tutti e a scapito di nessuno. Ovviamente, ci vuole la volontà politica. Ma non vedo motivi per non voler percorrere questa strada. Se ce ne fossero, sarò lieto di ospitarli su questo sito per un confronto.

  5. — Sofia    13 09 2006 - 21:36    #

    condivido l’impianto :-)

  6. Andrea Paiola    28 10 2006 - 00:04    #

    Per quanto vale ( ma già lo sai ) condivido anche io.
    Speriamo che la questione non si fermi al fatto che condividiamo tra di noi! :D

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